Il Brent è tornato intorno agli 80-83 dollari al barile, lontano dal picco di 126 dollari del 30 aprile. Alla pompa i prezzi stanno calando, ma chi si aspetta un ritorno rapido ai livelli pre-crisi rischia di restare deluso.
Al 16 giugno, il prezzo medio nazionale della benzina self service sulla rete ordinaria si attesta intorno a 1,881-1,890 €/L, con il gasolio poco sopra i 2 euro al litro.
Un dettaglio vale la pena segnalare: da qualche settimana il gasolio costa più della benzina, un'inversione rispetto alla normalità storica. La causa è il decreto del 7 giugno, che ha dimezzato lo sconto sulle accise per il diesel — da 10 a 5 centesimi al litro — lasciando invariato quello sulla benzina. L'effetto si vede direttamente alla pompa.
La discesa c'è, ma è lenta. È il cosiddetto effetto "razzo e piuma": quando il petrolio sale, i prezzi alla pompa salgono rapidamente come un razzo; quando scende, calano molto più lentamente, come una piuma.
Il meccanismo è strutturale. I gestori acquistano il carburante con qualche giorno di anticipo: le scorte già pagate a prezzi elevati devono essere smaltite prima che i nuovi listini più bassi si possano applicare. Inoltre, i margini compressi durante la fase di rincaro tendono a essere recuperati gradualmente nella fase di discesa. Il risultato è che i consumatori beneficiano del calo del greggio con un ritardo di diversi giorni, talvolta settimane.
Nelle ultime settimane, con le trattative tra Washington e Teheran che progredivano, i prezzi alla pompa sono già scesi di circa 5 centesimirispetto ai picchi. Dopo la firma del 19 giugno è atteso un ulteriore calo nell'ordine dei 10 centesimi, che si materializzerà progressivamente.
L'accordo prevede la revoca del blocco navale e la rimozione delle restrizioni al traffico marittimo nello stretto, ma la normalizzazione dei flussi richiederà tempo. Le operazioni di sminamento dei fondali richiedono secondo le stime delle autorità di sicurezza marittima dai 40 ai 50 giorni prima che armatori, assicuratori e compagnie petrolifere riprendano la navigazione a pieno regime.
Rimane inoltre aperta la questione dei pedaggi: l'Iran aveva tentato di imporre un compenso legato al carico delle petroliere. Il presidente Trump ha dichiarato "apertura senza pedaggio", ma fonti vicine a Teheran non confermano che la questione sia definitivamente chiusa.
Diversi fattori rendono difficile prevedere un ritorno rapido ai prezzi pre-guerra.
La tenuta dell'accordo.Si tratta al momento di un memorandum di principi che dovrà essere seguito da una fase negoziale su nodi molto più complessi, nucleare compreso. L'Iran ha dimostrato di avere un controllo di fatto sullo stretto e potrebbe richiuderlo in caso di nuove tensioni.
La ricostituzione delle scorte. Durante il conflitto, Cina, Europa e Stati Uniti hanno attinto alle proprie riserve strategiche. Con la riapertura, queste riserve dovranno essere ricostituite, generando nuova domanda sul mercato globale e frenando la discesa dei prezzi.
I tempi di riparazione degli impianti.I mesi di conflitto hanno danneggiato infrastrutture estrattive e di raffinazione nell'area. Il ripristino completo richiederà mesi per la logistica e anni per gli impianti, il che significa che i flussi di approvvigionamento non torneranno ai volumi di febbraio 2026 nell'immediato.
La stagionalità.Le scorte di cherosene per l'aviazione civile — legate ai movimenti turistici estivi — sono ai minimi storici. La ricostituzione di queste scorte competirà con la domanda di benzina e diesel nelle prossime settimane.
Il quadro che emerge dalle analisi di mercato disponibili indica un Brent destinato a rimanere tra 80 e 90 dollari al barile fino a ottobre, con tensioni residue legate alle incognite sopra elencate. A questi livelli, una volta assorbito l'aggiustamento delle accise, benzina e gasolio sulla rete ordinaria si potrebbero attestare intorno a 1,90-1,95 €/L.
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