Quando fai benzina e guardi il display scorrere, il prezzo che paghi è il risultato di almeno sei componenti diverse, alcune internazionali e alcune italiane, alcune fisse e alcune che cambiano ogni giorno. Capire come si forma quel numero permette di interpretare i movimenti dei prezzi e, in alcuni casi, anticiparli.
Il punto di partenza è il prezzo del petrolio greggio sui mercati internazionali, quotato principalmente in dollari per barile. I due benchmark di riferimento sono il Brent (usato in Europa) e il WTI (West Texas Intermediate, usato negli Stati Uniti). In Italia si segue il Brent.
Quando il Brent sale, il costo della materia prima aumenta per le raffinerie, e quella variazione si trasferisce — con un ritardo di qualche giorno — al prezzo alla pompa. La relazione non è perfettamente lineare: altri fattori possono attenuare o amplificare l'effetto. Ma su base storica, un aumento di 10 dollari al barile si traduce in circa 5–7 centesimi al litro in più alla pompa.
Il prezzo del Brent è influenzato da: decisioni di produzione dell'OPEC+, tensioni geopolitiche nelle regioni produttrici, domanda globale (in particolare dalla Cina), scorte strategiche dei paesi consumatori, speculazione finanziaria sui futures petroliferi.
Il petrolio è quotato in dollari, ma in Italia si paga in euro. Questo significa che il tasso di cambio EUR/USD incide direttamente sul costo di approvvigionamento delle raffinerie europee.
Quando l'euro si indebolisce rispetto al dollaro, il petrolio costa di più in euro anche se in dollari il prezzo non è cambiato. Quando l'euro si rafforza, accade il contrario. Una variazione di 0,05 sul tasso EUR/USD può spostare il prezzo finale alla pompa di 2–3 centesimi al litro.
Il greggio non è benzina: deve essere raffinato. Il costo di raffinazione dipende dalla capacità produttiva disponibile in Europa, dal tipo di greggio lavorato (i greggi leggeri costano meno da raffinare), dai costi energetici degli impianti e dai margini delle raffinerie.
Il crack spread — la differenza tra il prezzo del prodotto raffinato e quello del greggio — è l'indicatore che misura questo costo. Quando la domanda di benzina è alta e la capacità di raffinazione è limitata (come durante i periodi di manutenzione degli impianti o dopo eventi climatici estremi), il crack spread sale e il prezzo finale aumenta anche senza variazioni nel greggio.
Dalla raffineria al distributore, la benzina percorre una filiera che include depositi, trasporto su cisterna e stoccaggio locale. Questi costi sono relativamente stabili ma non trascurabili: incidono mediamente per 4–6 centesimi al litro sul prezzo finale.
La posizione geografica del distributore ha un peso: le stazioni nelle zone centrali delle grandi città o in autostrada pagano affitti e canoni di concessione più elevati, e questo si riflette sul prezzo praticato.
Le accise sono imposte fisse per litro stabilite dallo Stato, indipendenti dal prezzo del petrolio. In Italia le accise sulla benzina hanno una storia lunga e stratificata: alcune risalgono a eventi storici specifici — la guerra d'Abissinia del 1935, il Vajont del 1963, il terremoto del Belice del 1968 — e non sono mai state rimosse.
L'aliquota complessiva delle accise sulla benzina è tra le più alte d'Europa: circa 0,728 €/L. Sul gasolio è leggermente inferiore: circa 0,617 €/L.
Sull'intero prezzo alla pompa — incluse le accise — si applica l'IVA al 22%. Questo significa che quando il prezzo del carburante sale, l'IVA che lo Stato incassa aumenta in proporzione.
L'IVA che si paga sulle accise (ovvero un'imposta su un'imposta) è una delle ragioni per cui la componente fiscale totale sul prezzo della benzina in Italia supera il 60% del prezzo finale al consumo.
L'ultima componente è il margine applicato dal gestore del distributore. Questo margine varia in base al contratto con la compagnia petrolifera, alla posizione della stazione, al tipo di servizio offerto (self o servito) e alla concorrenza locale.
Secondo i dati MIMIT, il margine lordo medio del gestore si aggira intorno a 0,06–0,10 €/L per il self service. Il servito ha un margine più alto per coprire il costo del personale. Le pompe bianche, non avendo royalty da pagare alla compagnia, possono applicare margini più contenuti a parità di prezzo industriale.
| Componente | Incidenza su ~1,920 €/L |
|---|---|
| Prezzo industriale (greggio + raffinazione + logistica) | ~0,550 €/L |
| Accise | ~0,728 €/L |
| Margine gestore | ~0,080 €/L |
| IVA 22% | ~0,562 €/L |
| Totale | ~1,920 €/L |
La componente fiscale (accise + IVA sulle accise + IVA sul resto) pesa per circa il 63% del prezzo finale. Riferimento: benzina self service, giugno 2026.
A parità di tutte le componenti sopra, i prezzi possono differire anche di 0,10–0,15 €/L tra distributori vicini. Le ragioni principali sono: margini applicati dal singolo gestore, costi fissi della stazione (affitto, canone concessione autostradale), accordi con la compagnia di appartenenza, politica commerciale locale (alcune stazioni praticano prezzi aggressivi per volume).
Questa variabilità è la ragione per cui confrontare i prezzi prima di rifornire — usando i dati ufficiali MIMIT disponibili su Allapompa — può valere concretamente tra 3 e 8 euro a pieno.
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